"È molto meno indecente andare a letto insieme che guardarsi negli occhi." B.Vian


lunedì, 18 agosto 2008

Rientro sciolto

Cara fatina delle vacanze,
ti scrivo per ringraziarti del viaggio meraviglioso che ci hai regalato.
La città era bellissima: la più schizofrenica ed entusiasmante che io abbia visto fino ad ora.
Ha toccato tutte le corde giuste.
Grazie anche dell'idilliaco mood con cui hai condito le giornate tra me e "comonolocalante-ancora-per-pochissimo": ne abbiamo giovato entambi e ce ne siamo di molto rallegrati.
Una sola cosa, se posso, devo proprio contestarti: il rientro.
No, il volo è andato bene e anche i giorni di riadattamento alla vita frenetica del post-ferie.
Quello che mi sta uccidendo è la "vendetta di Montezuma", che mi hai inflitto da quando ci siamo svegliati l'ultima mattina in albergo, due ore prima di prendere l'aereo.
Sì, è vero, avevo espresso il desideri di dimagrire... ma con questo non intendevo farlo sciogliendomi sulla tazza!!!


 

Scritto da: Alkanette alle ore 11:22 | link | commenti (5) | categoria: scrivendo, just life, vita di coppia, fuori nel mondo, svaghezze


mercoledì, 28 maggio 2008

Sulla carta, nel cuore.

Non amo la poesia.
Mi risulta ostica. Trovo difficile seguirne i tempi, ed i modi.
Fatico a carpirne i significati.
E' la narrativa a rubarmi il cuore, solitamente.
Amo le storie complesse e fantasiose.
Amo il surreale, ma solo se non ermetico.
Amo i racconti semplici, da leggere tutti d'un fiato.
Amo le grandi saghe, che vorresti non terminassero mai.
Non mi piace il fantastico, a meno che non sia scritto veramente bene.
Non amo la fantascienza. Solitamente mi annoia.
Non amo le storie d'amore banali, quelle che fanno mille giri e peripezie e poi alla fine è tutto un "happy ending". Le trovo fastidiose.
Amo il verismo e a volte la filosofia. Ma quella semplice. Delle cose spicce.
Ultimamente amo anche la saggistica, ma solo per il risveglio della mia coscienza sociale.
Amo i libri d'inchiesta e quelli storici, anche se faccio abbastanza fatica a leggerli tutti d'un fiato.
Ho però escogitato la tecnica dell'intermezzo: tra un capitolo e l'altro del saggio, mi leggo un romanzo.
Non amo vedere i film di libri che ho letto.
Fanno eccezione pochissimi casi. Praticamente quelli di libri che sono nati palesemente per divenire film.
Quelli, e la saga di Harry Potter. Che forse poi son la stessa cosa.
Anche scrivere mi piace. Fossi più libera di gestire il mio tempo, direi che ci potrei anche provare.
A scrivere, dico.
Magari una storia solo per me. Da rileggere quando sono alle prese con un saggio particolarmente pesante.

Oggi, per esempio, ad avere il tempo, potrei iniziare a scrivere di quella donna al settimo mese di gravidanza, che girava per le vie del centro della sua città un martedì mattina di molti anni orsono, alla ricerca di una cesta in cui adagiare, per le prime settimane di vita, la bimba che portava in grembo.
Scriverei di questo, e del fatto che poi, in seguito alla forte esplosione, e alla confusione, e alle grida, il negoziante da cui lei ed il giovane marito stavano per acquistare quella cesta li aveva fatti andare nel retrobottega, mentre lui abbassava la serranda cercando di proteggere se stesso e quella giovane coppia da non si sapeva ancora bene che cosa.
Ad avere il tempo, scriverei che stamattina, guardando quella stessa cesta sul mio armadio di casa, colma di panni puliti da stirare, ho ripensato a quel sabato di Maggio in cui quel negoziante ci protesse tutti e tre con un gesto così improvvisato e tenero, e mi sono commossa. Come se, averne memoria, mi facesse sentire un po' meno inutile, di fronte a quella, come a tante altre tragedie.
Perchè ricordare non è inutile.
Anche dopo trentaquattro anni.

Scritto da: Alkanette alle ore 09:48 | link | commenti (7) | categoria: libri, famiglia, scrivendo, invecchiando, personabìlia


lunedì, 19 maggio 2008

In memory

Colano.
Dagli occhi i colori, dalla mente i ricordi.
Colano sulla pelle arrossata degli zigomi.
Sendono all'angolo della bocca e lì si fermano, a diventar parole.
Se stai pensando sian lacrime, non ti fermare all'apparente suggerito.
Non sono dolori che si fanno materia.
Sono emozioni lucide, riflessioni scatenate.
Che parlano, non al mondo, ma solo a me.
Mi ricordano di come era. Di come non è più.
Mutato come muta ogni cosa.
Evoluto verso un presente che domani sarà già altro.
Come "altro" è diventato il mondo che i ricordi d'allora portano.
Allora li dilaniavano le bombe.
Oggi il silenzio, omertà!, che non è più solo di quelle terre.
Anzi!
E l'esempio? Non basta, mai.


A Giovanni Falcone, 18 Maggio 1939 - 23 Maggio 1992.

<<Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l'essenza della dignità umana.>>

Scritto da: Alkanette alle ore 11:16 | link | commenti (3) | categoria: scrivendo, fuori nel mondo, di politica un po


lunedì, 31 marzo 2008

Ode alle bollicine

Le bollicine della birra artigianale sono buone, anzi buonissime.
Salgono su per il naso e ti fanno il solletico interno.
E tu ridi, ridi, ridi... e non la smetti più, nemmeno il giorno dopo.
Nonostante il mal di testa.
Le bollicine della birra artigianale ti mettono la pazzia addosso.
Ti fanno spendere un capitale in cioccolata e ti fanno passare la domenica in giro a cercar casa.
La nostra nuova casa. Che è un bell'effetto già di per sè, figuriamoci con l'effervescenza!
Le bollicine della birra artigianale aiutano lo spirito primaverile.
Solleticano i sensi; si alleano con gli ormoni in fermentanti danze nei vasi sanguini.
Sostengono gli spiriti disinibiti e ne creano di nuovi.
Il che si traduce in momenti di bollori di coppia e momenti in cui gli occhi (soprattutto maschili) rotolano da una scollatura ad una minigonna senza alcun ritegno.
In quei casi, le bollicine della birra artigianale trasformano le mani delle femmine gelose in armi micidiali!
Le bollicine della birra artigianale ti danno allegria, euforia e una placida sensazione di benessere.
Fino a che non ti senti chiamare da un comonolocalante mogissimo che ti annuncia l'ennesima spesa imprevista per l'ennesima "rottura" di... macchina.
E' quello il momento esatto in cui le bollicine che avevi conservate fanno "PoP!", tutte contemporaneamente.

E, vaffanculo!, è di nuovo lunedì.

Scritto da: Alkanette alle ore 10:19 | link | commenti (11) | categoria: scrivendo, vita di coppia, personabìlia, svaghezze


mercoledì, 12 marzo 2008

The monster inside

All'inizio erano le canzoni scritte sulle Smemo.
Solo che io la Smemo la tenevo per scuola, ergo l'inizio per me è stato un'agenda di quelle con le pagine gialline e la copertina nera. Quelle che ti regalano le banche.
Riposa ora in un armadio da qualche parte e so che un giorno, ritrovandomela tra le mani, mi emozionerò ancora quasi come allora quando, frammisti ai miei pensieri, stavano un po' sparpagliati e confusi quelli scritti dagli amici del gruppo. Vasco e i Doors, ricordi delle prime canne dei ragazzi; Ligabue, che faceva impazzire le ragazze; Vasco e i Queen, che piaccono tanto anche alla mamma; Vasco e basta, che "qualcuno" lo usava per dirmi ciò che a parole non gli riusciva... Già, perchè era abitudine far girare i diari tra di noi e lasciare ad ognuno un pezzo di quello che più ci emozionava o aveva significato per ciascuno all'epoca. Il mio primo blog, insomma. E il mio primo amore.

Poi è venuto il tempo dello studio serrato.
Sui banchi universitari i diari lasciarono il posto ai quaderni: raccolte ad anelli di fogli forati in cui depositare alcune righe di riflessioni, tra una lezione e l'altra, che l'amica del cuore avrebbe letto e commentato il giorno successivo, o la sera stessa a casa, nelle pause dello studio. Negli anni della confusione sentimentale, dei mille input che provenivano dal sesso opposto e degli stravolgimenti ormonali quasi quotidiani, la voglia di scambiare pensieri su ciò che ci accadeva veniva saziata dallo scorrere delle penne su quelle pagine. Come farsi sedute psicoanalitiche a distanza. Era il nostro modo di comunicare comunque, anche se i ritmi di studio ci impedivano quasi di vivere altro: il mio unico blog privato.

Parecchi anni dopo, sono stati i Libri.
Quelli struggenti e grondanti esercizi di scrittura di Baricco, ma anche quelli più elaborati e di matrice diversa, come i noir di Lucarelli, le investigazioni di Camilleri, i viaggi verso altre terre degli stranieri e poi il surrealismo... Vian. E lì, in quel marasma emotivo ed esplorativo che mi aveva fatta sua prigioniera, è stata la volta della rete. Internet. Con tutte le scoperte annesse e le amicizie derivate. E, inevitabile come il sole ogni mattina, il blog. Questo blog. Il mio. E Lui. Talmente pregnante da farmi chiudere e riaprire cancellandone tutto un anno, il primo, perchè certe cose non ce la si fa proprio a condividerle con tutti per sempre.

Oggi sono gli eventi.
I concerti, le sagre e il teatro, anche quando non ci sono poltroncine e velluto, ma palazzetti dello sport e vecchi cinema riadattati. E i viaggi per andarci. Che io a teatro ci son cresciuta. Ma era sotto casa, quasi. E ai concerti ci son stata. Ma sempre se erano "comodi", incastrati nel resto della mia vita.
Oggi no. Oggi si fanno chilometri su chilometri, si raggiungono altre città, posti che a volte nemmeno sai che esistono. E lo si fa per la musica, per le scoperte, per lo spettacolo. Per Noi. Un Noi che in tre lettere riempie tutto il mio mondo. Che a volte quasi spaventa. E per il resto, colma di gioia ogni giorno in cui cammino.
Difficile mettere tutto questo in parole. Eppure scrivo ancora. E condivido ancora. Anche quello che difficilmente si riesce a rendere con 26 lettere e rigide regole grammaticali.

Perchè in tutto questo, rimane lui, il blog.
Quella necessità di scrivere ciò che spinge per uscire, una volta dalla penna e oggi sui tasti, e che arriva da una me recondita, originata dalle nebbie dell'adolescenza e mai più sopita. Quell'essere generatosi ai primordi della mia elaborazione cosciente della vita e che ancora mi possiede, reclamando il suo diritto a manifestarsi ogni volta che vuole. Imponente, ridondante, schiavizzante quasi...
... la Alka grafomane!

Scritto da: Alkanette alle ore 08:57 | link | commenti (5) | categoria: libri, scrivendo, invecchiando, personabìlia


mercoledì, 30 gennaio 2008

That nights...

Abbracciati nel buio della notte.
Il calore dei due corpi intrecciati sotto il piumone basterebbe a scaldarci il monolocale per giorni. O così a me sembra. C'è un riverbero sulle travi in legno che non riesco a capire da dove provenga. Il mio piede fuori dalle coperte accarezza lento la spondina del letto e fa un'ombra allungata, che danza ritmica nella lama di luce.
"Non dormi?".
"No, non ci riesco".
"Ancora pensieri?"
"Sì".
"Vuoi che ne parliamo ancora un po'?"
"Dovremmo dormire... saranno le cinque!"
"Ma no, dai! Saranno le tre o al massimo le tre e mezza..."
"Se ci facessimo una camomilla?"
"Un'altra?"
"Eh...".
La luce dell'abat-jour fa capolino nella stanza. Fioca, a salire.
"Vedi?! Sono le tre e un quarto...".
Click. Proviamo a dormire di nuovo. L'ipotesi camomilla ci abbandona, desiste.
Ci son tanti modi per dormire abbracciati e mai nessuno è uguale ad un altro. Dipende dalla persona, dalla situazione. Più di tutto dipende da quello che ci si vuole scambiare in quell'abbraccio.
E poi ci sono tanti modi per parlare con qualcuno che ami di quello che va e di quello che non va. E anche questa è una cosa che dipende dal tipo di rapporto, ma più di tutto dal tipo di persona...
"Sono stanca. Hai idea di cosa voglia dire vivere tutta quella pressione?"
"E tu hai idea di cosa voglia dire viverne completamente privi?".
L'abbraccio si fa più stretto. Nell'incavo sopra la spalla scoperta sento il calore confortante del suo respiro e le labbra morbide che vi si posano.
Chiudo gli occhi e mi abbandono...
...
...
...

"Ti sei addormentata subito?"
"Sì. E tu?"
"Anche".
"Caffè?"
"Mh mh..."

La luce del giorno lascia un'impronta leggera sui cuscini. La notte è passata. Quello che resta siamo noi. Ed è tutto.

Scritto da: Alkanette alle ore 10:45 | link | commenti (4) | categoria: scrivendo, just life, vita di coppia, personabìlia


domenica, 06 gennaio 2008

Autopsicanalisi

Ai tempi in cui Alka era solo Silvia, vigeva la regola, da lei per altro non sottoscritta, per cui Silvia doveva essere in ogni circostanza il meglio che le persone si aspettavano da lei.
Fu pertanto figlia grata, studente modello, morosa perfetta, amica attenta, amante saggia.
Mentre il mondo aveva in cambio ciò che da lei chiedeva, dentro Silvia si andava formando Alka. Un alterego? Una fuga? Un palliativo? Per il mondo di allora sì, Alka era tutte queste cose, ma per Silvia, quella vera che covava dentro un nocciolo duro e imponente della sua personalità, Alka altri non era se non la donna che Silvia sapeva di essere e di voler diventare. Con tutta la fatica, le lacrime, i dolori ma più di tutto le gioie che questo comportava.

Quando Alka decise di uscire allo scoperto e tramutarsi nella Silvia "versione definitiva", il piccolo mondo in cui Silvia era vissuta fino ad allora tremò tutto, dalle fondamenta. Molti palazzi crollarono miseramente, altri si incrinarono solo un po'. I migliori rimasero solidi ed integri ad accoglierla.
Fu in quel periodo che arrivarono le amicizie virtuali, tutte poi divenuta reali.
Persone, città, momenti che Alka viveva (e tutt'oggi vive) suggendone il succo migliore, beandosi di averle trovate e soprattutto intensamente volute.
Le persone nuove incontrate iniziarono ad essere per lei una costante esperienza. Sia che si tramutassero in rapporti solidi, sia che fossero solo brevi apparizioni circoscritte.
Era definitivamente conlcuso l'insulso assecondare pensieri altrui basati sul: "Diffida delle nuove conoscenze, apriti solo a quelli che piacciono a chi ti vuol bene (o comodamente dice di farlo),  passa il tuo tempo solo con chi ti è utile: il resto è solo perdita di tempo".
Alka ruggì di rabbia a quelle ennesime richieste e si impose di non perdere più alcuna esperienza della vita, bella o brutta che potesse essere, solo per assecondare le paure ed i desideri che su di lei gli altri avevano.
Qualcuno la disse: "egoista!". Chi l'amava davvero le disse solo: "brava!".

Nei giorni scorsi Alka-Silvia ha affrontato discorsi intensi e rielaborazioni di passati recenti e lontani. Questo l'ha fatta riflettere, sognare, emozionare e combattere i fantasmi lontani. S'è assestato un mattoncino, qualcuno s'è aggiunto. Lei sa di avere ancora una volta vissuto, proprio come voleva.
Oggi fuori dalla finestra il mondo è grigio: c'è pioggia e nebbiolina. In casa, al contrario, si respira calore e dolcezza. Ci stiamo preparando per una domenica tra famiglia e amici e Alka-Silvia sente un senso di pace ed equilibrio che la fanno sorridere.

Gente, il 2008 è iniziato, e promette davvero bene.

Scritto da: Alkanette alle ore 12:08 | link | commenti (7) | categoria: scrivendo, just life, invecchiando, personabìlia


giovedì, 29 novembre 2007

Nella Bassa.

La nebbia sui campi. Bassa e leggera. Appena un filo accennato, sopravvissuto. Il surriscaldamento globale ce la sta inesorabilmente portando via. Mai avrei pensato di rimpiangerla. Mai, in tutte quelle sere in cui, arrampicata sulla seggiolina piccola davanti alla finestra, guardavo la strada scomparsa nel latte e cercavo tra le lucine che transitavano quella che avrebbe portato papà. La odiavo allora. Perchè i grandi avevano tutti paura e io di più: non volevo stare dai nonni la notte; non volevo che la nebbia inghiottisse mamma e papà. Eppure stamattina l'ho rimpianta, la nebbia. Che nella Bassa in questo periodo dovrebbe esserci, fitta. Un muro bianco latte e freddo come ghiaccio. Invece no. Bassa. Strisciante. Agonizzante. C'ho messo i pensieri sopra, a saltellare. Hanno rimbalzato leggeri. Il paesaggio sta cambiando, con una rapidità sorprendente. Tre anni? Sì. In tre anni l'evoluzione è stata inesorabile. E quello che prima era brullo, approssimativo, solo accennato, adesso è tutto costruito, definito, colorato. Le case come le cose. Le nuove vie dei paesi e le nuove strade delle nostre vite. E' come se tutto avesse camminato, un giorno dopo l'altro, una decisione dopo l'altra. E se ti metti a guardare bene, ferma al semaforo rosso, ti accorgi che un altro passo avanza. Una nuova costruzione nel paesaggio, una nuova strada da percorrere. Pensare a come era è struggente. Guardare a quel che è oggi, una promessa. E la nebbia? Se i danni non sono stati irreparabili, magari un giorno tornerà.


Scritto da: Alkanette alle ore 16:56 | link | commenti (12) | categoria: scrivendo, just life, personabìlia, fuori nel mondo


mercoledì, 07 novembre 2007

Sproloquio filosofeggiante

"Il dubbio o la fiducia che hai nel prossimo sono strettamente connessi con i dubbi e la fiducia che hai in te stesso."
(Kahlil Gibran)

"I nostri uomini politici non fanno che chiederci a ogni scadenza di legislatura un atto di fiducia. Ma qui la fiducia non basta: ci vuole l'atto di fede."
(Indro Montanelli)

Fiducia. 
Su tutti i giornali in questi giorni si abusa di questo termine. Ovviamente riferito alla classe dirigente. I nostri dipendenti, per dirla alla Grillo. I nostri censori, se l'avesse detta Biagi (buon viaggio, partigiano).
La fiducia per me è un concetto relativissimo.
Quando smetti di essere adolescente, idealista e sognatrice e diventi in qualche modo "grande", ti accorgi che la fiducia è uno di quegli assiomi che in realtà sono confutabilissimi e passibili di un alto grado di soggettività. Mi spiego: se qualcuno mi dice "fidati di me!" nel bel mezzo di una situazione in cui quel qualcuno possiede le capacità per affrontarla, la fiducia, la mia fiducia, vien da sè. Se quello stesso qualcuno però poi mi dovesse chiedere "ti fidi di me?" in generale o riguardo ad un altro argomento o situazione, mica è scontato che la risposta sia affermativa.
Conosco persone che sono affidabilissime sul lavoro e un disastro sul versante sentimentale. Persone che non rispettano mezzo appuntamento, ma che quando stai male sono i primi ad arrivare. Persone che non tradirebbero mai gli affetti, ma i giorni di finta malattia al lavoro spesso li fanno arrivare... Eppure la fiducia è un concetto che viene ritenuto fondamentale in quasi tutti i campi. Politicamente è un bieco escamotage. Sentimentalmente diviene quasi imperativo.
Io mi sento anomala in tutto ciò. Non riconosco la fiducia come un valore imprescindibile. Nè come parametro per stabilire o meno il successo di una cosa, di un lavoro, di una relazione. Men che meno di un governo! Fidarsi di qualcuno spesso è solo comodo. Delegante e deresponsabilizzante. In ambito lavorativo è spesso segno di stima, certo. Una stima che aiuta a crescere, ma che aiuta anche a sgravarsi di un sacco di cose, rendendosi la vita più semplice. In ambito affettivo invece a volte è solo un modo per stare più comodi, per svicolare dal difficile compito di condividere. Dalle cose più importanti a quelle inutili.
"Ma come è finito il caffè??! Avevi detto che lo avresti preso tu... mi fidavo di te!".
"Come hai potuto smettere di amarmi? Io ti ho creduto... mi fidavo di te!".
"Ma come vi siete rubati tutti i soldi delle nostre pensioni???! Noi ci fidavamo di voi!" 
Non saprei come spiegarlo, ma c'è qualcosa di cacofonico in queste frasi, che urta la mia sensibile percezione delle cose e mi fa pensare che no, all'abuso di fiducia o sfiducia io non riesco a cedere. Forse perchè non ne ho bisogno, o forse solo perchè lo trovo meschino. Non si scappa dalle responsabilità dando o togliendo fiducia alle persone come più ci fa comodo. La fiducia è un segno di stima? Forse. Un segno di rispetto? In parte. Un segno di amore? Non penso proprio! Più spesso la fiducia diventa un abilissimo metodo per deresposabilizzarsi e poter incolpare qualcunaltro delle nostre mancanze. O peggio, un carico di aspettative che si pone sulle spalle di qualcuno e che ci offre l'alibi perfetto all'eventuale insuccesso. Se dovessi fare una classificazione delle mie componenti di realzione interpersonale, la fiducia andrebbe al top della casella "arma a doppio taglio". Il che si sposa benissimo con la variante politica del concetto. Diabolico!

"Non perdere mai di vista che la fiducia non si impone, si ispira."
(Salvatore Canals)

"Io non so se l'erba campa e il cavallo cresce, ma bisogna avere fiducia..."
(Totò)


Scritto da: Alkanette alle ore 10:01 | link | commenti (8) | categoria: scrivendo, personabìlia, di politica un po


giovedì, 18 ottobre 2007

Amore per la lingua

"Il lavoro creativo è sospeso tra la memoria e l'oblio."

Ed è lì che mi son persa la capacità di scrivere. Tra la memoria di ciò che ero e l'oblio di ciò che sono. Sento passare dentro un tepore che sa di cose vere, tangibili, edibili. Paiono tutte inenarrabili, ma non nell'accezione classica del termine. Proprio nella sua etimologia. Le vivo con facilità, ma fatico a scriverne. Mi scorrono attorno parole, volti e suoni. E sono i medesimi di un tempo, oppure tutti nuovi. Ne avrei fatto descrizioni dettagliate, un tempo. Avrei carpito con i sensi e riprodotto con la mente. Invece ora, sembra che non mi sia più possibile. Forse ingoio il mondo come un pezzo di pane qualsiasi, chè da quando la cioccolata non è più un lusso e le necessità son più materiali, lo spirito pare aver preso una pausa da se stesso, trascinando seco arguzia e ironico sarcasmo. Ma non temo. Paziento e godo del presente. Il futuro sarà altro, la regola è imparata.

"Mi domando che ombre getteranno questi oziosi versi."

(si ringrazia per la citazioni l'esimio Jorge Luis Borges) 


Scritto da: Alkanette alle ore 12:32 | link | commenti (9) | categoria: scrivendo, personabìlia, svaghezze


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"Perché una volta che il male di leggere si è impadronito dell'organismo, lo indebolisce tanto da farne facile preda dell'altro flagello, che si annida nel calamaio e che suppura nella penna." Virginia Woolf
"Leggo per scoprire, scrivo per non svanire". Alkanette.

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