Se nelle note del blues di un musicista a me fino a ieri sera sconosciuto (tale Robben Ford) non riesco più a trovare lo spunto per un fremito d'emozione.
Se la cornice di un castello diroccato, trasformato in piccolo bosco e palcoscenico di note, non mi rapiscono, distraendomi dal fastidio di vicini ubriachi e rumorosamente molesti.
Se il ritmo incalzante di dita magiche su corde stregate, amplificate da watt e maestrìa non mi annullano il fastidio di una pioggia inopportuna e uno stomaco rivoltoso.
Beh...
E' giunto il momento di fare una bella riflessione sullo staccare la spina da tutto.
Altrochè!
Ricevo in messaggio privato e pubblico volentieri una significativa prosecuzione (che nel libro in realtà vien prima del pezzo da me riportato) al mio precedente post:
"- Che succede, Pekish?
- Schifezze - rispose.
- Cosa sono le schifezze?
- Sono cose che nella vita non bisogna fare.
- E ce n'è tante?
- Dipende. Se uno ha tanta fantasia, può fare molte schifezze. Se uno è scemo magari passa tutta la vita e non gliene viene in mente nemmeno una.
La cosa si complicava. Pekish se ne accorse. Si tolse gli occhiali e lasciò perdere Jobbard, i tubi e le altre storie.
- Mettiamola così. Uno si alza al mattino, fa quel che deve fare e poi la sera va a dormire. E lì i casi sono due: o è in pace con se stesso, e dorme, o non è in pace con se stesso e allora non dorme. Capisci?
- Si.
- Dunque bisogna arrivare alla sera in pace con se stessi. Questo è il problema. E per risolverlo c'è una strada molto semplice: restare puliti.
- Puliti?
- Puliti dentro, che vuol dire non aver fatto niente di cui doversi vergognare. E fin qui non c'è niente di complicato.
- No.
- Il complicato arriva quando uno si accorge che ha un desiderio di cui si vergogna: ha una voglia pazzesca di qualcosa che non si può fare, o è orrendo, o fa del male a qualcuno. Okay?
- Okay.
- E allora si chiede: devo starlo a sentire questo desiderio o devo togliermelo dalla testa?
- Già.
- Già. Uno ci pensa e alla fine decide. Per cento volte se lo toglie dalla testa, poi arriva il giorno che se lo tiene e decide di farla quella cosa di cui ha tanta voglia, e la fa: ed eccola lì la schifezza.
- Però non dovrebbe farla, vero, la schifezza?
- No. Ma sta' attento: dato che non siamo calzini ma persone, non siamo qui con il fine principale di essere puliti. I desideri sono la cosa più importante che abbiamo e non si può prenderli in giro più di tanto. Così, alle volte, vale la pena di non dormire per star dietro ad un proprio desiderio. Si fa la schifezza e poi si paga. E' solo questo davvero importante: che quando arriva il momento di pagare uno non pensi a scappare e stia lì, dignitosamente, a pagare. Solo questo è importante.
Pehnt stette un po' a pensare.
- Ma quante volte lo si può fare?
- Cosa?
- Fare schifezze.
- Non troppe, se si vuole riuscire a dormire ogni tanto.
- Dieci?
- Magari un po' meno. Se sono vere schifezze, un po' meno.
Oggi ho deciso di dedicarmi un brano di un libro che, non esagero affermandolo, può a buon diritto considerarsi uno dei fautori dell'era "alkanette" della mia vita.
L'ho scelto perchè, rileggendolo questa mattina sulle pagine di una rivista letteraria on-line, ho rivissuto momenti e vi ho trovato significati nuovi ed intensi che mi hanno fatta vibrare di emozione, proprio come accadeva ai tempi in cui vi incappai per la prima volta.
Lo dedico anche a tutti voi che, leggendolo, ritroverete qualcosa di bello tra i ricordi che compongono la vostra strada e a tutti quegli affetti che, proprio in queste parole, hanno trovato fuoco per alimentarne il senso e la passione.
"Vecchio, benedetto, Pekisch,
questo non me lo devi fare. Non me lo merito. Io mi chiamo ancora Pehnt, e sono ancora quello che se ne stava sdraiato per terra a sentire la voce nei tubi, come se quella arrivasse davvero, e invece non arrivava. Non è mai arrivata. E io adesso sono qui. Ho una famiglia, ho un lavoro e la sera vado a letto presto. Il martedì vado a sentire i concerti che danno alla Sala Trater e ascolto musiche che a Quinnipak non esistono : Mozart, Beethoven, Chopin. Sono normali, eppure sono belle. Ho degli amici con cui gioco a carte, parlo di politica fumando il sigaro e la domenica vado in campagna. Amo mia moglie, che è una donna intelligente e bella. Mi piace tornare a casa e trovarla lì, qualsiasi cosa sia successa nel mondo quel giorno. Mi piace dormire vicino a lei e mi piace svegliarmi insieme a lei. Ho un figlio e lo amo anche se tutto fa supporre che da grande farà l'assicuratore. Spero che lo farà bene e che sarà un uomo giusto. La sera vado a letto e mi addormento. E tu mi hai insegnato che questo vuol dire che sono in pace con me stesso. Non c'è altro. Questa è la mia vita. Io lo so che non ti piace, ma non voglio che tu me lo scriva. Perché voglio continuare ad andare a letto, la sera, e addormentarmi.
Ognuno ha il mondo che si merita. Io forse ho capito che il mio è questo qua. Ha di strano che è normale. Mai visto niente del genere, a Quinnipak. Ma forse proprio per questo, io ci sto bene. A Quinnipak si ha negli occhi l'infinito. Qui, quando proprio guardi lontano, guardi negli occhi di tuo figlio. Ed è diverso.
Non so come fartelo capire, ma qui si vive al riparo. E non è una cosa spregevole. E' bello. E poi chi l'ha detto che si deve proprio vivere allo scoperto, sempre sporti sul cornicione delle cose, a cercare l'impossibile, a spiare tutte le scappatoie per sgusciare via dalla realtà ? E' proprio obbligatorio essere eccezionali ?
Io non lo so. Ma mi tengo stretta questa vita mia e non mi vergogno di niente : nemmeno delle mie soprascarpe. C'è una dignità immensa, nella gente, quando si porta addosso le proprie paure, senza barare, come medaglie della propria mediocrità. E io sono uno di quelli.
Si guardava sempre l'infinito, a Quinnipak, insieme a te. Ma qui non c'è l'infinito. E così guardiamo le cose, e questo ci basta. Ogni tanto, nei momenti più impensati, siamo felici.
Andrò a letto, questa sera, e non mi addormenterò. Colpa tua, vecchio, maledetto Pekisch.
Ti abbraccio. Dio sa quanto ti abbraccio.
Il week-end con gli angoli all'insù è stato seguito da una stramaledetta settimana di spese, tasse e conto bancario inesorabilmente all'ingiù.
A me 'sta legge del "contrabbasso" m'avrebbe un pochetto vangato l'orto.
O scassato la minchia. A seconda dell'inclinazione più o meno scurrile che si voglia avere.
Io, se permettete, scurrilo!
And when your fears subside and shadows still remain, oh yeah
I know that you can love me when there's no one left to blame
So never mind the darkness we still can find a way
'Cause nothin' lasts forever even cold November rain...
Non amo la poesia.
Mi risulta ostica. Trovo difficile seguirne i tempi, ed i modi.
Fatico a carpirne i significati.
E' la narrativa a rubarmi il cuore, solitamente.
Amo le storie complesse e fantasiose.
Amo il surreale, ma solo se non ermetico.
Amo i racconti semplici, da leggere tutti d'un fiato.
Amo le grandi saghe, che vorresti non terminassero mai.
Non mi piace il fantastico, a meno che non sia scritto veramente bene.
Non amo la fantascienza. Solitamente mi annoia.
Non amo le storie d'amore banali, quelle che fanno mille giri e peripezie e poi alla fine è tutto un "happy ending". Le trovo fastidiose.
Amo il verismo e a volte la filosofia. Ma quella semplice. Delle cose spicce.
Ultimamente amo anche la saggistica, ma solo per il risveglio della mia coscienza sociale.
Amo i libri d'inchiesta e quelli storici, anche se faccio abbastanza fatica a leggerli tutti d'un fiato.
Ho però escogitato la tecnica dell'intermezzo: tra un capitolo e l'altro del saggio, mi leggo un romanzo.
Non amo vedere i film di libri che ho letto.
Fanno eccezione pochissimi casi. Praticamente quelli di libri che sono nati palesemente per divenire film.
Quelli, e la saga di Harry Potter. Che forse poi son la stessa cosa.
Anche scrivere mi piace. Fossi più libera di gestire il mio tempo, direi che ci potrei anche provare.
A scrivere, dico.
Magari una storia solo per me. Da rileggere quando sono alle prese con un saggio particolarmente pesante.
Oggi, per esempio, ad avere il tempo, potrei iniziare a scrivere di quella donna al settimo mese di gravidanza, che girava per le vie del centro della sua città un martedì mattina di molti anni orsono, alla ricerca di una cesta in cui adagiare, per le prime settimane di vita, la bimba che portava in grembo.
Scriverei di questo, e del fatto che poi, in seguito alla forte esplosione, e alla confusione, e alle grida, il negoziante da cui lei ed il giovane marito stavano per acquistare quella cesta li aveva fatti andare nel retrobottega, mentre lui abbassava la serranda cercando di proteggere se stesso e quella giovane coppia da non si sapeva ancora bene che cosa.
Ad avere il tempo, scriverei che stamattina, guardando quella stessa cesta sul mio armadio di casa, colma di panni puliti da stirare, ho ripensato a quel sabato di Maggio in cui quel negoziante ci protesse tutti e tre con un gesto così improvvisato e tenero, e mi sono commossa. Come se, averne memoria, mi facesse sentire un po' meno inutile, di fronte a quella, come a tante altre tragedie.
Perchè ricordare non è inutile.
Anche dopo trentaquattro anni.
E' cominciata così: era l'estate del '90 e mi sono innamorata.
Era la prima volta. E c'era ovviamente la colonna sonora.
Io mi struggevo dedicandogli "Canzone" del nostro mito. Lui mi ricompensò con "Colpa d'Alfredo", soprattutto cantandomi la parte che fa: [...]E quella stronza non si è neanche preoccupata di dirmi almeno qualche cosa, che sò, una scusa... Eeeh! si era già dimenticata di quello che mi aveva detto prima[...]
Ero rea di avere ignorato la sua ESPLICITA dichiarazione "ciao, ci vediamo quando torni, buona vacanza." e di essermi trovata il classico filarino al mare.
Tempo dopo è continuata con una storia di corresponsione di amorosi sensi, che io guidavo sulle note di "I don't want to miss a thing", mentre le strofe dall'altra parte mi recitavano:
[...]mi piaci perché sei intelligente si vede dalle tue mani come le muovi mi provochi pensieri e sentimenti sempre nuovi nei tuoi fianchi sono le alpi nei tuoi seni le dolomiti[...]
Iniziai a credere che avrei dovuto fare più attenzione alla scelta musicale da correlare alle situazioni e alle persone.
Poi arrivò Lui, quello della storia storta, adulta e adultera, intensa e dallo spiccato lato godereccio.
Io passavo le giornate a sussurrare con struggente romanticismo "Un uomo", dedicandogliela in toto.
Lui mi stupì con i suoi effetti speciali e mi cinse in un ballo lento canticchiando la sua canzone per me:
[...]Brufolazzi, tapparella giù e poltiglia, più ascella purificata: ti ricordi che meraviglia la festa delle medie? [...]
Sicura di aver raggiunto l'apice dell'assurdo, ancora non ero pronta all'ultimo colpo di coda del burlone che tesse la trama della mia vita: io tutta ispirata a sognare comonolocalante sulle note di "Pena de l'alma" di Capossela, lui prima mi contagia con la passione per Davide Van De Sfroos, portandomi anche ad un concerto memorabile qualche settimana fa, e poi raggiunge il picco di romanticismo estremo dedicandomi le sue note d'amore:
[...]"Ti amo anche se c'hai il culo come un frigo, ti amo anche se non te lo dirò mai..." [...]
E con questo, ho deciso che con le canzoni dedicate ho chiuso!
Milano ieri era vuota.
Vuota di persone e piena di godurie in cui tuffarci.
E così, in una domenica pomeriggio tutta per noi, ci siamo viziati un po'. Prima con un gelato enorme, richiesto insistentemente dalla sottoscritta perchè a Milano esiste l'unico posto che lo fa in modo che io possa mangiarlo senza uscire dalle direttive mediche.
Poi, essendo in zona, con una passeggiata terminata alla Feltrinelli di piazza Piemonte ad abbuffarci di tutto ciò che più ci piace: libri, musica, film. Siamo usciti con le tasche un po' più leggere, ma con il sorriso a colmare il vuoto.
E per un giorno ho sentito che quella Milano lì, come altre volte già ha dimostrato, può essere davvero un angolino felice.
La mia vita è talmente carica di cose che ingombrano il cervello, che il resto degli organi fa un po' quel cazzo che gli pare.
Tipo lo stomaco, che lavora un pasto sì e sette no.
O i reni, che drenano un giorno sì e uno no.
Funghi e batteri mi colonizzano che è un piacere, per loro ovviamente!
E poi... ho smesso di sentire con la pelle. Ho il tegumento in sciopero.
Sono settimane che filtro tutto coi neuroni, con gli impulsi nervosi centrali.
Ho paura di aver perso la mia capacità di sentire con la pancia...
Domani vado in the big city a farmi rifare convergenza, cambio olio e ricarica degli ammortizzatori.
Se poi non dovesse funzionare... beh, resta sempre il trapianto di cervello: mi trasformo in oca giuliva e non se ne parla più!
Antefatto: ieri io e comonolocalante si festeggiava il primo anno di convivenza.
La sottoscritta aveva prenotato all'uopo cenetta intima in ristorantino, e si era lasciata andare a sbeffeggiamenti contro il pover uomo reo, a suo dire, di non aver predisposto carinerie per l'occasione e di essere, al solito, "romantico come una pietra".
Fatto: mentre mi preparavo per la serata, comonolocalante è rincasato dal lavoro, facendosi scudo dietro un mazzo enorme di rose, tulipani e altri inidentificabili fiori dal profumo incredibile, mandando me ed il mio giudizio spietato nei suoi confronti letteralmente ko. Non pago di ciò, dopo la seratina intima praticamente perfetta, ha pensato bene di addolcirmi anche la mattinata con un sms dal treno che mi augurava un felice" dopo-anniversario".
Conclusione: non solo è permaloso... mi piglia pure per il culo!!!
Lo adoro.
Le bollicine della birra artigianale sono buone, anzi buonissime.
Salgono su per il naso e ti fanno il solletico interno.
E tu ridi, ridi, ridi... e non la smetti più, nemmeno il giorno dopo.
Nonostante il mal di testa.
Le bollicine della birra artigianale ti mettono la pazzia addosso.
Ti fanno spendere un capitale in cioccolata e ti fanno passare la domenica in giro a cercar casa.
La nostra nuova casa. Che è un bell'effetto già di per sè, figuriamoci con l'effervescenza!
Le bollicine della birra artigianale aiutano lo spirito primaverile.
Solleticano i sensi; si alleano con gli ormoni in fermentanti danze nei vasi sanguini.
Sostengono gli spiriti disinibiti e ne creano di nuovi.
Il che si traduce in momenti di bollori di coppia e momenti in cui gli occhi (soprattutto maschili) rotolano da una scollatura ad una minigonna senza alcun ritegno.
In quei casi, le bollicine della birra artigianale trasformano le mani delle femmine gelose in armi micidiali!
Le bollicine della birra artigianale ti danno allegria, euforia e una placida sensazione di benessere.
Fino a che non ti senti chiamare da un comonolocalante mogissimo che ti annuncia l'ennesima spesa imprevista per l'ennesima "rottura" di... macchina.
E' quello il momento esatto in cui le bollicine che avevi conservate fanno "PoP!", tutte contemporaneamente.
Ieri sera son riuscita a litigare da sola con comonolocalante. Nel senso che io ho aperto il discorso, io mi sono incazzata, io ho messo il muso e io me la sono fatta passare. Lui ne frattempo ha fatto il risotto. Conclusione: ho bisogno di ferie. Anche dai miei cicli ormonali. Ecco.
Detto questo, pensavo: la mia educazione di impronta cattolica mi ha insegnato l'origine di molte tradizioni. Una volta elaborato il pensiero laico, che a tutt'oggi mi guida, le tradizioni sono divenute solo momenti di aggregazione, per lo più familiare, e occasioni di ferie, quando me le posso permettere. I simboli legati alle festività, nel mio bagaglio socio-culturale, si rifanno quindi tutti all'iconografia religiosa. Mi chiedevo dunque stamattina, sotto la doccia: sulla colomba son preparata, ma tutti quei cazzo di coniglietti infiocchettati e le uova di cioccolato che si portano appresso... da dove arrivano??!
Ricchi premi e cotillons a chi mi erudisce sulla questione. Thanks!
All'inizio erano le canzoni scritte sulle Smemo.
Solo che io la Smemo la tenevo per scuola, ergo l'inizio per me è stato un'agenda di quelle con le pagine gialline e la copertina nera. Quelle che ti regalano le banche.
Riposa ora in un armadio da qualche parte e so che un giorno, ritrovandomela tra le mani, mi emozionerò ancora quasi come allora quando, frammisti ai miei pensieri, stavano un po' sparpagliati e confusi quelli scritti dagli amici del gruppo. Vasco e i Doors, ricordi delle prime canne dei ragazzi; Ligabue, che faceva impazzire le ragazze; Vasco e i Queen, che piaccono tanto anche alla mamma; Vasco e basta, che "qualcuno" lo usava per dirmi ciò che a parole non gli riusciva... Già, perchè era abitudine far girare i diari tra di noi e lasciare ad ognuno un pezzo di quello che più ci emozionava o aveva significato per ciascuno all'epoca. Il mio primo blog, insomma. E il mio primo amore.
Poi è venuto il tempo dello studio serrato.
Sui banchi universitari i diari lasciarono il posto ai quaderni: raccolte ad anelli di fogli forati in cui depositare alcune righe di riflessioni, tra una lezione e l'altra, che l'amica del cuore avrebbe letto e commentato il giorno successivo, o la sera stessa a casa, nelle pause dello studio. Negli anni della confusione sentimentale, dei mille input che provenivano dal sesso opposto e degli stravolgimenti ormonali quasi quotidiani, la voglia di scambiare pensieri su ciò che ci accadeva veniva saziata dallo scorrere delle penne su quelle pagine. Come farsi sedute psicoanalitiche a distanza. Era il nostro modo di comunicare comunque, anche se i ritmi di studio ci impedivano quasi di vivere altro: il mio unico blog privato.
Parecchi anni dopo, sono stati i Libri.
Quelli struggenti e grondanti esercizi di scrittura di Baricco, ma anche quelli più elaborati e di matrice diversa, come i noir di Lucarelli, le investigazioni di Camilleri, i viaggi verso altre terre degli stranieri e poi il surrealismo... Vian. E lì, in quel marasma emotivo ed esplorativo che mi aveva fatta sua prigioniera, è stata la volta della rete. Internet. Con tutte le scoperte annesse e le amicizie derivate. E, inevitabile come il sole ogni mattina, il blog. Questo blog. Il mio. E Lui. Talmente pregnante da farmi chiudere e riaprire cancellandone tutto un anno, il primo, perchè certe cose non ce la si fa proprio a condividerle con tutti per sempre.
Oggi sono gli eventi.
I concerti, le sagre e il teatro, anche quando non ci sono poltroncine e velluto, ma palazzetti dello sport e vecchi cinema riadattati. E i viaggi per andarci. Che io a teatro ci son cresciuta. Ma era sotto casa, quasi. E ai concerti ci son stata. Ma sempre se erano "comodi", incastrati nel resto della mia vita.
Oggi no. Oggi si fanno chilometri su chilometri, si raggiungono altre città, posti che a volte nemmeno sai che esistono. E lo si fa per la musica, per le scoperte, per lo spettacolo. Per Noi. Un Noi che in tre lettere riempie tutto il mio mondo. Che a volte quasi spaventa. E per il resto, colma di gioia ogni giorno in cui cammino.
Difficile mettere tutto questo in parole. Eppure scrivo ancora. E condivido ancora. Anche quello che difficilmente si riesce a rendere con 26 lettere e rigide regole grammaticali.
Perchè in tutto questo, rimane lui, il blog.
Quella necessità di scrivere ciò che spinge per uscire, una volta dalla penna e oggi sui tasti, e che arriva da una me recondita, originata dalle nebbie dell'adolescenza e mai più sopita. Quell'essere generatosi ai primordi della mia elaborazione cosciente della vita e che ancora mi possiede, reclamando il suo diritto a manifestarsi ogni volta che vuole. Imponente, ridondante, schiavizzante quasi...
... la Alka grafomane!
La lavatrice borbotta in fondo al monolocale. I piatti aspettano nel lavello. Calvin acceso sul tavolo, con alcune finestre di firefox aperte: pagine di quotidiani on-line, sezione politica. E' un sabato mattina solitario qui nel monolocale. Mi muovo lenta, ma risoluta. Faccio ordine nel quotidiano disordine che da mesi abita con noi. Spolvero, sbatto, spazzo. E poi piego, ripongo, accatasto. Ogni tanto butto un occhio alle pagine sul pc e leggo, rimugino, trattengo i conati di vomito. Cerco solo le cose utili. Per capire. Per convincermi. Si deve votare. E non lo si può fare così, tanto per. Dai! Siamo adulti ormai. Siamo noi che dovremmo prendere in mano le cose e decidere, no?! Ma cazzo, i programmi... Cioè... Quelle robe che per un mese o poco più strillerano dai giornali e tutti lì a dire: "non è realistico", "è una bufala dietro l'altra", "è follia"... Mi torna la nausea. Intanto la lavatrice fa partire la centrifuga. E suona il telefono. "Ciao tesoro, ben svegliato". "Sì, tutto tranquillo. Sto facendo la single, sì". Guardo i piatti ancora sporchi. Sorrido. "Prendo il treno allora, ok. Ieri sera? Tutto bene, certo. Una bella serata". L'occhio cade sulla montagnola di giocattoli avvolti nel cellophane, che porterò all'asilo della cooperativa. Sorrido di nuovo, con consapevole, intensa e serena soddisfazione. "Arriverò verso le tre, va bene?". Mentre ci organizziamo per la giornata ascolto le note ancora un po' assonnate nella sua voce: è come una carezza che scende dall'orecchio alle labbra e poi giù, lungo il collo e le spalle, diventando un morbido abbraccio. Come un risveglio insieme, anche se lontani. "A più tardi allora, ciao". Chiudo, poso il telefono sul tavolo, mi siedo al pc.
Inizio questo post.
C'è un tizio che sostiene che la teoria degli umori ballerini delle donne in funzione degli ormoni è tutta una cazzata. Una scusa per non affrontare l'incongruenza dei nostri comportamenti, delle nostre decisioni, degli stati d'animo che ci governano.
Io non so da cosa sia dettata questa sua convinzione, e poco mi interessa, a dire il vero.
Quello che invece so è che qualunque uomo, nemmeno troppo perspicace o di intelligenza smodata, che conviva da più di tre mesi con una donna normo-equilibrata, sana e non incline al rompimento di coglioni altrui sistematico, sa benissimo che esiste un periodo del mese in cui la suddetta donna sarà, nell'ordine: intrattabile, nervosa senza ragioni plausibili, incline al lamento e al piangisteo, insoddisfatta e ipercritica su se stessa e sugli altri. In un'unica locuzione: una scassapalle di portata cosmica.
La sopportazione di quest'uomo è proporzionale alla consapevolezza che tale stato perdura per due, tre giorni al massimo. Poi tutto torna a livelli accettabili e, per i più fortunati, a seguire c'è il periodo in cui la donna è governata dagli ormoni opposti, che la portano ad essere... come dire?... un po' "esuberante", ecco.
Il tizio di apertura post, probabilmente, o non ha ancora avuto le gioie della convivenza, alle quali fa seguito nella quasi totalità dei casi la "rivelazione" dei cicli ormono-dipendenti dell'umore femminile, o più facilmente, è rimasto vittima della "donna isteria", orribile essere mitologico che fa della rottura di palle altrui l'essenza ultima del suo vivere.
Mi dispiace per lui. Davvero.
A me, comunque, tra due giorni passa.
Io adesso vado in ospedale, che mia madre ha deciso che un anno saltato era fin troppo, ergo oggi darà nuova soddisfazione ai chirurghi.
Voi, che passate di qui e ogni tanto leggete i miei pensieri sconnessi, fatemi un grosso favore: prendetevi 30 minuti del vostro tempo, magari stasera o magari 10 minuti alla volta, accendete le casse del vostro pc o mac, mettetevi comodi e ascoltatevi la ormai celeberrima intervista di Luttazzi a Travaglio, che costò loro così tanto anni addietro.
Siamo in campagna elettorale, no?
So che parecchi di voi già l'hanno vista, ma riascoltare certe cose in questi giorni non può fare che bene.
O almeno... illudiamoci.
Non andavo a teatro da... troppo.
Ho rimediato ieri con "Amleto" di Lella Costa al Teatro Carcano di Milano.
Spettacolo pomeridiano, la moquette, il velluto rosso delle poltroncine, le luci in sala che si abbassano lente un attimo prima che inizi, i biglietti con la prenotazione stampata sopra a mio nome, le luci sul palcoscenico, le ombre, la mano di comonolocalante stretta nella mia, la voce che magistralmente mi accarezza e mi trasporta nell'immaginario shakespeariano, mediato e giocato da quel genio del teatro che è lei. La Lella.
Splendida ed emozionante, come sempre.
Come in questo pezzo:
Sto avendo una giornata lavorativa di quelle che, alla fine, arrivo persino a chiedere al collega: "Ti prego, dimmi come mi chiamo perchè mi sembra proprio di avere perso l'informazione tra una magagna e l'altra!". Mi risolleva solo il pensiero che stasera trovo la cena pronta da Amica Preziosa... e trovo soprattutto lei e la nostra capacità di sdoganare giornate del genere tra chiacchiere, pettegolezzi e tanto sano outing reciproco. E che il tutto finirà tra le braccia e la pazienza di comonolocalante. Amen.
A volte basta poco, altre volte servono le cose importanti. Oggi vale la seconda che ho scritto!
A volte pensi che, se anche succedesse, sarebbe troppo tardi. Troppo.
Invece no. Non è così.
Non sarà mai troppo tardi per certe cose.
Prendi quel "ti voglio bene", ad esempio.
Anche se viene detto nel momento in cui è più facile, perchè nulla più può comportare e perchè tu già lo sapevi. L'avevi capito tempo fa e non c'è mai stato bisogno di sentirlo dire o vederlo scrivere per sentire che era vero. Che è vero. E lo sarà per "sempre". Ecco. Prendi quel "ti voglio bene" e pensaci: è troppo tardi?
La risposta, mia cara, è no.
Non è mai troppo tardi per le cose che sono davvero importanti e che significano qualcosa.
Non è troppo tardi se in te ancora c'è il desiderio di sentire, di vedere, di vivere.
Non è troppo tardi. No.
Raggiungerò quel traguardo. Lo voglio. Ancora. Sempre. E non sarà "troppo tardi".
Get the message
Oh, it's never too late
Get the message
Oh, it's never too late
It's never too late
To try and reach for your desires
Even when your luck is down
You still got chances of turning around
Get the message
Oh, it's never too late
Get the message
Oh, it's never too late
Get the message
Oh, it's never too late
It's never too late
To hold the power in your hands (power in your hands)
You will find a good, good feeling
Makin' new plans and starting again
It's never too late
No, it's never too late
No, it's never too late No, no, no, no
No, it's never too late
No, it's never too late
No, it's never too late
It's never too late
Time keeps changin' everything
Sometimes tearin' down
The treasures that it brings
Ever strong
You'll make it through
The secret lies in knowing
That it's up to you
Say it with me now
Get the message
Oh, it's never too late
Get the message
Oh, it's never too late
We got the time
There's no doubt in my mind
That it's never too late
Get the message
Oh, it's never too late
Get the message
Oh, it's never too late
Get the message
Oh, it's never too late
Abbracciati nel buio della notte.
Il calore dei due corpi intrecciati sotto il piumone basterebbe a scaldarci il monolocale per giorni. O così a me sembra. C'è un riverbero sulle travi in legno che non riesco a capire da dove provenga. Il mio piede fuori dalle coperte accarezza lento la spondina del letto e fa un'ombra allungata, che danza ritmica nella lama di luce.
"Non dormi?".
"No, non ci riesco".
"Ancora pensieri?"
"Sì".
"Vuoi che ne parliamo ancora un po'?"
"Dovremmo dormire... saranno le cinque!"
"Ma no, dai! Saranno le tre o al massimo le tre e mezza..."
"Se ci facessimo una camomilla?"
"Un'altra?"
"Eh...".
La luce dell'abat-jour fa capolino nella stanza. Fioca, a salire.
"Vedi?! Sono le tre e un quarto...".
Click. Proviamo a dormire di nuovo. L'ipotesi camomilla ci abbandona, desiste.
Ci son tanti modi per dormire abbracciati e mai nessuno è uguale ad un altro. Dipende dalla persona, dalla situazione. Più di tutto dipende da quello che ci si vuole scambiare in quell'abbraccio.
E poi ci sono tanti modi per parlare con qualcuno che ami di quello che va e di quello che non va. E anche questa è una cosa che dipende dal tipo di rapporto, ma più di tutto dal tipo di persona...
"Sono stanca. Hai idea di cosa voglia dire vivere tutta quella pressione?"
"E tu hai idea di cosa voglia dire viverne completamente privi?".
L'abbraccio si fa più stretto. Nell'incavo sopra la spalla scoperta sento il calore confortante del suo respiro e le labbra morbide che vi si posano.
Chiudo gli occhi e mi abbandono...
...
...
...
"Ti sei addormentata subito?"
"Sì. E tu?"
"Anche".
"Caffè?"
"Mh mh..."
La luce del giorno lascia un'impronta leggera sui cuscini. La notte è passata. Quello che resta siamo noi. Ed è tutto.
Una delle massime di vita che mi guidano è la seguente: "la vita è fatta di scelte, che comportano tutte decisioni, cambiamenti e conseguenze".
Ho finito "La scomparsa dei fatti" di Travaglio ieri mattina e avrei voluto subito iniziare "La casta", tanta era la rabbia ed il furore anti-politicanti corrotti e giornalisti asserviti che mi animavano. Ho desistito. La doverosa ponderatezza che anima il nostro capo dello Stato in questi giorni di consultazioni mi ha frenata. Appena verranno decise le sorti governative del nostro bel paese (praticamente domani sera o al più tardi mercoledì), mi darò la data d'inizio della lettura del saggio Rizzo-Stella... e allora sì che saran dolori! Dovevo comunque iniziare un nuovo libro ieri sera e, posta di fronte alla fila dei "da leggere" che campeggia sulla Billy, la scelta alla fine è ricaduta su uno dei regali natalizi (arrivato quasi in triplice copia, per altro!) che avevo desiderio di leggere già dall'annuncio dell'imminente uscita: "La grammatica di dio" di Benni.
Addormentata di sasso dopo aver letto le prime dieci pagine, con un sonno senza sogni ed un risveglio piuttosto pensieroso, ma sereno, posso continuare a sostenere che la massima di vita di cui sopra si conferma appieno: scelte-cambiamenti-conseguenze...
... in cui tutto sembra meglio.
Quelli del dopo consegna lavoro. Che ti sembra di avere il respiro più lieve e, nonostante il tempaccio fuori dalla finestra, dietro la tua scrivania batte il sole della leggerezza.
Quei giorni in cui le notizie sui quotidiani on-line non ti danno acidità gastrica, bensì un sorrisino beffardo e soddisfatto.
I giorni del "adesso apro l'agenda e mi pianifico con calma gli impegni futuri...".
Ne vorrei a bizzeffe di questi giorni, ma non voglio abbandonarmi all'ingordigia. Quella la lascio ad altri ambiti della mia vita. Per oggi mi godo quest'aria di quiete dopo la tempesta.
Musica!
I've waited hours for this
I've made myself so sick
I wish I'd stayed asleep today
I never thought this day would end
I never thought tonight could ever be
This close to me
Just try to see in the dark
Just try to make it work
To feel the fear before you're here
I make the shapes come much too close
I pull my eyes out
Hold my breath
And wait until I shake...
But if I had your faith
Then I could make it safe and clean
If only I was sure
That my head on the door was a dream
I've waited hours for this
I've made myself so sick
I wish I'd stayed asleep today
I never thought this day would end
I never thought tonight could ever be
This close to me
But if I had your face
I could make it safe and clean
If only I was sure
That my head on the door
Was a dream
Ai tempi in cui Alka era solo Silvia, vigeva la regola, da lei per altro non sottoscritta, per cui Silvia doveva essere in ogni circostanza il meglio che le persone si aspettavano da lei.
Fu pertanto figlia grata, studente modello, morosa perfetta, amica attenta, amante saggia.
Mentre il mondo aveva in cambio ciò che da lei chiedeva, dentro Silvia si andava formando Alka. Un alterego? Una fuga? Un palliativo? Per il mondo di allora sì, Alka era tutte queste cose, ma per Silvia, quella vera che covava dentro un nocciolo duro e imponente della sua personalità, Alka altri non era se non la donna che Silvia sapeva di essere e di voler diventare. Con tutta la fatica, le lacrime, i dolori ma più di tutto le gioie che questo comportava.
Quando Alka decise di uscire allo scoperto e tramutarsi nella Silvia "versione definitiva", il piccolo mondo in cui Silvia era vissuta fino ad allora tremò tutto, dalle fondamenta. Molti palazzi crollarono miseramente, altri si incrinarono solo un po'. I migliori rimasero solidi ed integri ad accoglierla.
Fu in quel periodo che arrivarono le amicizie virtuali, tutte poi divenuta reali.
Persone, città, momenti che Alka viveva (e tutt'oggi vive) suggendone il succo migliore, beandosi di averle trovate e soprattutto intensamente volute.
Le persone nuove incontrate iniziarono ad essere per lei una costante esperienza. Sia che si tramutassero in rapporti solidi, sia che fossero solo brevi apparizioni circoscritte.
Era definitivamente conlcuso l'insulso assecondare pensieri altrui basati sul: "Diffida delle nuove conoscenze, apriti solo a quelli che piacciono a chi ti vuol bene (o comodamente dice di farlo), passa il tuo tempo solo con chi ti è utile: il resto è solo perdita di tempo".
Alka ruggì di rabbia a quelle ennesime richieste e si impose di non perdere più alcuna esperienza della vita, bella o brutta che potesse essere, solo per assecondare le paure ed i desideri che su di lei gli altri avevano.
Qualcuno la disse: "egoista!". Chi l'amava davvero le disse solo: "brava!".
Nei giorni scorsi Alka-Silvia ha affrontato discorsi intensi e rielaborazioni di passati recenti e lontani. Questo l'ha fatta riflettere, sognare, emozionare e combattere i fantasmi lontani. S'è assestato un mattoncino, qualcuno s'è aggiunto. Lei sa di avere ancora una volta vissuto, proprio come voleva.
Oggi fuori dalla finestra il mondo è grigio: c'è pioggia e nebbiolina. In casa, al contrario, si respira calore e dolcezza. Ci stiamo preparando per una domenica tra famiglia e amici e Alka-Silvia sente un senso di pace ed equilibrio che la fanno sorridere.
Gente, il 2008 è iniziato, e promette davvero bene.
Ho una sconsiderata amica che trova oltremodo affascinante e sessualmente appetibile Alberto Angela.
Tempo addietro il mio subconscio si dimostrò ancor più sconsiderato, proponendomi in intenso sogno erotico nientepo'po'dimenoche Neri Marcorè.
Dieci minuti fa, a "Parla con me" su Rai3, la degna connessione tra le menti perverse delle due donne che solitamente distano centinaia di km: Neri che interpreta Alberto in versione comico-grottesca, tra le risate di pubblico e conduttrice.
Ci svegliamo stanchi. Sfiniti.
Il bisogno di ferie è altissimo. La voglia di restare sotto le coperte è per un tempo che va da n a infinito.
Ci muoviamo a rilento nella casa, facendo le cose di ogni mattina.
Davanti alla tazza di caffè il primo timido sussulto: "Oh, ma era ieri sera il concerto dei Led Zeppelin?!"
Dalla conversazione parrebbe di essere in una Londra anni '70, piuttosto che in una bigia Brescia annata 2007.
"Eh sì!", e via a caccia di recensioni sul web e video storici su youtube e una fitta conversazione fatta di: "ma ti rendi conto di chi c'era negli anni '70??!!". E giù a snocciolare nomi, brani, a godere di spezzoni di video ripescati da non si sa chi, direttamente dalla leggendaria Woodstock...
La mente vaga, i ricordi affiorano. Noi non c'eravamo. Non esistevamo ancora. Eppure qualcosa di quell'energia è dentro di noi. Nel modo tutto tipico degli eventi legati al mondo dei ricordi, gli anni in cui non eravamo nemmeno un'idea ci appartengono, ci vivono dentro, ci hanno plasmati.
E per me gli Zeppelin sono una casa, un odore, sensazioni, un libro, una canzone:
La nebbia sui campi. Bassa e leggera. Appena un filo accennato, sopravvissuto. Il surriscaldamento globale ce la sta inesorabilmente portando via. Mai avrei pensato di rimpiangerla. Mai, in tutte quelle sere in cui, arrampicata sulla seggiolina piccola davanti alla finestra, guardavo la strada scomparsa nel latte e cercavo tra le lucine che transitavano quella che avrebbe portato papà. La odiavo allora. Perchè i grandi avevano tutti paura e io di più: non volevo stare dai nonni la notte; non volevo che la nebbia inghiottisse mamma e papà. Eppure stamattina l'ho rimpianta, la nebbia. Che nella Bassa in questo periodo dovrebbe esserci, fitta. Un muro bianco latte e freddo come ghiaccio. Invece no. Bassa. Strisciante. Agonizzante. C'ho messo i pensieri sopra, a saltellare. Hanno rimbalzato leggeri. Il paesaggio sta cambiando, con una rapidità sorprendente. Tre anni? Sì. In tre anni l'evoluzione è stata inesorabile. E quello che prima era brullo, approssimativo, solo accennato, adesso è tutto costruito, definito, colorato. Le case come le cose. Le nuove vie dei paesi e le nuove strade delle nostre vite. E' come se tutto avesse camminato, un giorno dopo l'altro, una decisione dopo l'altra. E se ti metti a guardare bene, ferma al semaforo rosso, ti accorgi che un altro passo avanza. Una nuova costruzione nel paesaggio, una nuova strada da percorrere. Pensare a come era è struggente. Guardare a quel che è oggi, una promessa. E la nebbia? Se i danni non sono stati irreparabili, magari un giorno tornerà.
Ieri, a casa della famiglia paterna di comonolocalante, ho mangiato per la prima volta nella mia vita questa:
la cui ricetta cita:
"[...] La cassoeula è un piatto tradizionale lombardo. Anche detta casoeula, cassouela, casoela, cassuola o cazzuola (diminutivo di cazza, tegame), deve il suo nome alla casseruola dentro la quale viene preparata.
La cassoeula è un piatto piuttosto elaborato e molto calorico, che si presenta in molte varianti. Gli ingredienti di base sono le verze, che per tradizione devono aver subito la prima gelata invernale, che le intenerisce e ne accorcia i tempi di cottura, e le parti povere del maiale: piedini, cotenne, costine, testa, verzini (salamini).
Equilibrio nutrizionale 1 porzione = dalle 700 kcal alle 800 Kcal
Digeribilità = PESANTE
Ora, tenedo conto che non era l'unico piatto e che il pasto ha complessivamente raggiunto le circa 3000 Kcal a testa, è ovvio che io abbia avuto nausea per tutta la notte e che oggi sia riuscita fino ad ora ad ingurgitare solo un bicchier d'acqua ed una zolletta di zucchero, vero??!!
"La famiglia è l'associazione istituita dalla natura per provvedere alle quotidiane necessità dell'uomo."
Aristotele (384-322 a.C.)
Ho una famiglia numerosissima. Io sono figlia unica. I miei no. Loro hanno un fottìo di fratelli. I quali a loro volta hanno figliato mica male. Ergo, ho una famiglia numerosissima. La mia famiglia numerosissima è fatta di persone che si vogliono bene. Tutte a modo loro. Tutte con dei sani intervalli spazio-temporali per dimostrarlo. Io amo la mia famiglia. Anche se me ne sono privata tanto in epoche passate, per i motivi più sbagliati e con grande rimorso. Ieri ho trascorso la giornata con alcuni dei miei parenti. Lontani per distanza chilometrica, vicini per similitudini morfologico-affettive. Comonolocalante temeva molto la giornata, la noia, le banali ovvietà e circostanzialità di certi raduni. Alla fine l'abbiamo convinto che non tutte le famiglie sono fatte di parenti serpenti e per me questo ha significato tanto, forse tutto. La mia famiglia numerosissima è un contenitore imperfetto di amore. Ed io mi sento tanto fortunata per questo.
"Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo."
Lev Nikolaevic Tolstoj (1828-1910)
Dico io: "Eh, no. Niente. E' che da quando c'ho: un nuovo lavoro, una nuova speranza di luce in fondo al tunnel, l'uomo, la convivenza... inevitabilmente il tempo di scrivere è diminuito e il mio blog non ha più lo stesso seguito...".
Fa lei: "Eh. E' che prima faceva molto pi&ugra