"È molto meno indecente andare a letto insieme che guardarsi negli occhi." B.Vian
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Cara fatina delle vacanze,
ti scrivo per ringraziarti del viaggio meraviglioso che ci hai regalato.
La città era bellissima: la più schizofrenica ed entusiasmante che io abbia visto fino ad ora.
Ha toccato tutte le corde giuste.
Grazie anche dell'idilliaco mood con cui hai condito le giornate tra me e "comonolocalante-ancora-per-pochissimo": ne abbiamo giovato entambi e ce ne siamo di molto rallegrati.
Una sola cosa, se posso, devo proprio contestarti: il rientro.
No, il volo è andato bene e anche i giorni di riadattamento alla vita frenetica del post-ferie.
Quello che mi sta uccidendo è la "vendetta di Montezuma", che mi hai inflitto da quando ci siamo svegliati l'ultima mattina in albergo, due ore prima di prendere l'aereo.
Sì, è vero, avevo espresso il desideri di dimagrire... ma con questo non intendevo farlo sciogliendomi sulla tazza!!!

Mi sono chiusa per ferie.
In realtà son chiusa per riorganizzazione di vita, ma è troppo lunga da raccontare, ergo facciamo che son chiusa per ferie, che il periodo è quello giusto, no?!
Tornerò scribacchiante tra un po'.
Aspettatemi.
Dai.

A dir la vertità il venerdì è stato un giorno pessimo. Pessimo davvero.
Lo stress accumulato in questi mesi ha tracimato. Esondato. Sommerso tutto.
Fino a che, in coda alla barriera di Milano, non ho dato sfogo a tutto con un bel pianto liberatorio.
Da lì, un week-end in discesissima, tutto sole, mare, lussurie di palato, cuore e letto.
Abbiamo staccato la spina, letteralmente: niente telefoni, niente pc, niente internet, niente scadenze, impegni, appuntamenti. Niente. Solo noi e tutto il tempo per non fare altro che non fosse riposare e godere.
E per due giorni sono stata davvero, davvero, davvero in pace. Con me stessa e col mondo.
Poi stamattina, ignominiosamente, qulacuno ha riattaccato la spina. Stronzo!
Il week-end con gli angoli all'insù è stato seguito da una stramaledetta settimana di spese, tasse e conto bancario inesorabilmente all'ingiù.
A me 'sta legge del "contrabbasso" m'avrebbe un pochetto vangato l'orto.
O scassato la minchia. A seconda dell'inclinazione più o meno scurrile che si voglia avere.
Io, se permettete, scurrilo!
And when your fears subside and shadows still remain, oh yeah
I know that you can love me when there's no one left to blame
So never mind the darkness we still can find a way
'Cause nothin' lasts forever even cold November rain...
Ho visto un viso amato, inaspettato, che non vedevo da due anni. Stanca e provata, eppure quasi raggiante nel momento in cui ci siamo corse incontro e riabbracciate. Sorrideva.
Ho rivisto un viso familiare, che non vedevo da 20 anni tondi. Mi è parso un altro, con tutta una vita a rimodellargli i lineamenti. Sorrideva.
Abbiamo visto gli amici della Big City. I soliti, e qualcuno nuovo per me. Abbiamo condiviso una serata di musica, chiacchiere, risate e zanzare. Eravamo tutti un po' stanchi. E sorridevamo.
Abbiamo visto la casa che andremo ad abitare, per un tempo che speriamo sia lungo e soddisfacente. E' stato amore a prima vista. Anche per comonolocalante, che da oggi potrò chiamare futuro cotrilocalante. Quando siamo usciti dal cancellino d'ingresso sorridevamo, entrambi.
Dopotutto... è stato un week-end con gli angoli all'insù.
Voi che transitate e leggete distrattamente non potete comprenderlo, ma io oggi entrerei volentieri al lavoro e, fiondandomi nell'ufficio del "capo", vorrei tanto potergli sputare in faccia: "Me ne vado, e vaffanculo!".
Peccato che, rientrando a casa nei giorni scorsi, dalla cassetta della posta emergessero tutte baldanzose le bollette da pagare...
Qualcuno mi fa un conto rapido di quanto manca al 5 di Agosto?
Grazie.
Furore
(V.Capossela)
La luna maledico
il tempo e quando son partito
proprio stato benservito
e adesso urlo il mio furore
incrocio i Tir ma non li vedo
ho i fari alti e me ne frego
questa volta il mio tormento
fotte tutto il reggimento
mi fermo al bar dei gran minchioni
riparto e ho in corpo tre Negroni
infiamma bene il buco dentro
prendo almeno un po' di tempo
E urlo contro chi so io
mi sbatte sempre addosso tutto
quel che vorrei mio
e sbotto e scalcio ma non dico
è stato zitto il pappafico
coi lamenti nei calzoni
ascolta e rosica i rognoni
il pensiero torna sulla piaga
come mosca sul concime
rode e tarla la ragione
poi la rabbia m'ha sfinito
e il protettore m'ha scordato
sbatto come un pipistrello
sul peccato, sempre quello
tremo di colpa e porcherie
dubbi di sangue e malattie
fossi almeno più leggero
quando ho tolto il mocco al cero
E urlo contro chi so io
mi sbatte sempre addosso tutto
quel che vorrei mio
e sbotto e scalcio ma non dico
zitto come un pappafico
al momento di ragnare
ascolta e rosica i rognoni
piove piove e le macchine s'affollano
tutte bardate attorno al circo
da locale jugoslavo
pagliacci unti con codino
Mercedes bianco e l'orecchino
manco l'estasi vi leva
il portamento contadino
avessi almeno il vecchio amico
da farei a pugni a torso nudo
al ghiaccio delle tre di notte
aiuta pure fare a botte
Come quando spento nella mano
aveva la brace come fosse
il bacio di un gitano
e mi guardava indifferente
diceva vedi amico ormai
non mi può far più niente
ho una gru sopra la testa
e un lombardo che protesta
come fosse suo il cortile
sveglia presto la sua bile
la pioggia è acida nell'afa
sto alla larga dalla strada
la puliscono di notte
di siringhe e di mignotte
vendon salsicce di tre giorni
mi suicido con un morso
di morir non ho paura
dopo un'ora mi ci abituo
la passione se n'é andata
e mi compiaccio volentieri
disfo oggi con piacere
quel che ho fatto l'altro ieri
Ma ridi sopra tanto già lo sai
innamorati si offre sempre il peggio
e il meglio mai
e sbotta e scalcia ma non dire
zitto come un pappafico
di furore puoi morire
Colano.
Dagli occhi i colori, dalla mente i ricordi.
Colano sulla pelle arrossata degli zigomi.
Sendono all'angolo della bocca e lì si fermano, a diventar parole.
Se stai pensando sian lacrime, non ti fermare all'apparente suggerito.
Non sono dolori che si fanno materia.
Sono emozioni lucide, riflessioni scatenate.
Che parlano, non al mondo, ma solo a me.
Mi ricordano di come era. Di come non è più.
Mutato come muta ogni cosa.
Evoluto verso un presente che domani sarà già altro.
Come "altro" è diventato il mondo che i ricordi d'allora portano.
Allora li dilaniavano le bombe.
Oggi il silenzio, omertà!, che non è più solo di quelle terre.
Anzi!
E l'esempio? Non basta, mai.
A Giovanni Falcone, 18 Maggio 1939 - 23 Maggio 1992.
<<Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l'essenza della dignità umana.>>
Ora, il personaggio può piacere o non piacere.
Sul giornalista non si discute.
Sulla mafia che ci governa e sulla libertà che ogni giorno piano piano ci viene tolta invece avrei da scrivere papiri!
E invece facciam tutti gli struzzi. Testa sotto la sabbia e via con i nostri impegni quotidiani...
"Mi viene il vomitooo
è più forte di meeee..."
Milano ieri era vuota.
Vuota di persone e piena di godurie in cui tuffarci.
E così, in una domenica pomeriggio tutta per noi, ci siamo viziati un po'. Prima con un gelato enorme, richiesto insistentemente dalla sottoscritta perchè a Milano esiste l'unico posto che lo fa in modo che io possa mangiarlo senza uscire dalle direttive mediche.
Poi, essendo in zona, con una passeggiata terminata alla Feltrinelli di piazza Piemonte ad abbuffarci di tutto ciò che più ci piace: libri, musica, film. Siamo usciti con le tasche un po' più leggere, ma con il sorriso a colmare il vuoto.
E per un giorno ho sentito che quella Milano lì, come altre volte già ha dimostrato, può essere davvero un angolino felice.
Dunque, le cose stanno così: sul pavimento della nostra unica stanza c'è una sagoma di cartone rivestita di giornali che sta asciugando. In bagno c'è la sua compagna, già finita. Comonolocalante lavora al pc e mi tiene aggiornata sulle ultime dal meetup. Ci siam visti Anno Zero e son riuscita a non lacrimare troppo (che tutte le volte che vedo Saviano capita sempre in pre-ciclo e se solo penso che quel ragazzo con due attributi infiniti sta sotto scorta io piango, ecco).
Adesso faccio il bordino rosso alla seconda sagoma e poi a nanna, che domani mi aspetta la giornatona ai banchetti e alla festa.
E se ancora non avete capito di cosa sto parlando, leggete nella colonna di destra, asinacci! ;-P
Solitamente, alle 21 di un martedì di turno, ci potete trovare tutti attorno al tavolo della grande sala volontari, in procinto di finire la frugale cena preparata dagli improvvisati cuochi, che si alternano di volta in volta con risultati decorosi ed edibili.
Ieri sera, invece, complici la mia gastrite che impone regime dietetico restrittivo e la gastrite di tutti gli altri , presumibilmente di natura elettorale, se foste venuti in Associazione ci avreste trovati seduti in sala ricretiva con gli occhi incollati alla trasmissione dei risultati elettorali.
"Ancora?!" direte voi.
"Ancora!", rispondo io. Dato che qui, in questa città dimenticata dal buon senso e dagli interessi sociali del bene collettivo, si era ancora in attesa di sapere chi sarebbe stato il nuovo sindaco eletto e con quale giunta.
Non ve lo sto a dire... un disastro.
Nemmeno al ballottaggio.
Eletto subito. Destra, ovviamente.
Ma il peggio non è questo.
Il peggio è che il mio voto, come quello di alcuni altri di noi presenti ieri sera, è andato ad un ragazzo giovane ed intraprendente, con idee fresche e per nulla insensate, presente in una lista che avrebbe dovuto essere votata già solo per il concetto insito nel nome: "Gioventù in comune", lista rigorosamente under 23.
Sì, avete letto bene: under 23.
E chi si scandalizza o fa un sorriso bonario e compassionevole qui non è bene accetto, perchè l'aberrazione del nostro paese è che ormai i giovani sono tenuti in considerazione solo come fonte di reddito per tutti i pensionati, ma se si tratta di dar loro voce in capitolo... beh... abbiam visto com'è andata.
Nemmeno il capolista ce l'ha fatta.
E la gastrite di tutti s'è tramutata in ulcera sanguinante.
Io emigro in Spagna, è deciso.
... io mi sento veramente sconfortata stamattina ma, a dirla tutta, il mio partito avrebbe ben vinto eh!
Insomma, in definitiva abbiamo raddoppiato consensi e seggi.
Stavolta in parlamento i nostri rappresentanti saranno un discreto numerino.
Avremo modo di fare un po' di controllo sullo psico-nano, no?!
Quindi, bando alla delusione: da domani sarà lotta dura senza paura.
Da domani però.
Oggi voglio stare ancora un pochetto quì a guaire e inveire contro gli scriteriati, che ancora una volta hanno eletto corrotti, concussi, inquisiti e condannati in via definitiva a governarci vita e tasche...
Un matrimonio è sempre bello. Balle.
Gli sposi sono sempre emozionati e raggianti. Altre balle.
Tutti guardano il vestito della sposa. Vero, molto bello in effetti.
Ai tavoli dei parenti ci si annoia, a quelli degli amici c'è sempre un bel casino. Balle: dipende dagli amici.
L'importante non è il ristorante o la festa, ma solo la compagnia. Verissimo: se è moscia, ti uccide (e per fortuna che io, comonolocalante e quell'umorista inglese di suo padre sappiamo fare gli idioti anche quando tutto il resto è noia).
Di venere e di marte non si sposa nè si parte... Verissimo. Anche perchè, se ti sposi di venerdì in periodo di chiusura trimestre, porcaccia la miseria!, mi tocca prendere permesso per il venerdì e poi venire al lavoro di sabato.
Perla della giornata: siamo seduti composti nel banchetto in chiesa, già prede del piattume di tutto l'evento, commentando il parentado con le solite battuttine che ci aiutano a sorridere un po'. Comonolocalante si avvicina e mi sussurra: "Ma com'è vestita 'sta qua davanti? Sembra che abbia stuprato lo zerbino di casa...".
Sul video del matrimonio si sentirà di sicuro il singulto con cui ho soffocato la risata!
Odore acre, di urina stagnante, misto a sudore e umori vari generati da un corpo alla deriva.
Ci risiamo. Non so più dire quante volte io abbia insegnato alle nuove leve la situazione "classica" che ora ho di fronte: la signora Addolorata, un metro e quaranta per centoquaranta chili, giace a terra nel bagno di casa, perfettamente incastrata tra water, vasca da bagno e lavandino.
La figlia, Addoloratina, ci spiega che la madre è lentamente scivolata dalla tazza verso il pavimento, inesorabile. S'è incastrata e non c'è verso di riuscire ad alzarla.
Eh, già. Lo vediamo...
Mentre temporeggio, accertandomi che la signora non sia in realtà in fin di vita (banalissima scusa procedurale per riuscire a fare il punto della situazione e prepararsi psicologicamente allo sforzo immane), faccio i seguenti due pensieri: ca**o!, siamo al nono piano e gli ascensori non sono abbastanza larghi; porca pu****a, nemmeno il bagno e il corridoio sono abbastanza larghi per trascinarla fuori di qui!
E' in quel momento che alzo per la prima volta lo sguardo e mi rendo conto che i baldi giovani del mio equipaggio stanno facendo, terrorizzati, le medesime considerazioni... improvvisamente l'intervento di cinque ore prima in autostrada, con veicolo ribaltato e sei feriti coinvolti, ci pare una passeggiata al confronto.
Addolorata piange e si lamenta. La mia voce risulta calma e confortante mentre cerco di spiegarle che va tutto bene e che presto sarà libera; i miei pensieri reali, al contrario, mi fanno sentire un mostro in tuta arancione!
"Potreste smontare il lavandino", dice Addoloratina con un sussurro dal corridoio stretto come un budello.
Eh, certo! Come abbiam fatto a non pensarci prima! Smontiamo il lavandino, no?!
Il suggerimento è talmente surreale da essere validissimo: in men che non si dica, collega imponente estrae la base in cermica, mentre io e filosofo sosteniamo la parte superiore.
Poi io e collega imponente afferriamo Addolorata per le ascelle e la ruotiamo quel tanto che basta a farle fare "POP!" e farla scivolare sulla tavola rigida che ci servirà per trasportarla fuori di lì.
Nel compiere questa operazione, sento uno scrichiolìo nel mio povero braccio sinistro. Ca**'!
A quel punto l'odore diviene ancor più nauseabondo: anche i nostri umori si son mischiati a quelli della signora e l'urina che la impregna è ora libera di spandere effluvi d'ammoniaca in ogni dddddove...
Ci facciamo coraggio e compiamo l'ultimo sforzo: la trasciniamo nel corridoio fino alla camera da letto e ce la adagiamo sopra. Nel compiere la manovra di sollevamento, sento un altro scrichiolìo sinistro provenire, questa volta, dalla schiena di autista solerte: dallo sguardo che mi lancia so già che anche lui ci farà i conti domani...
Mentre stiamo per preparaci al peggio, immobilizzare Addolorata e trasportarla per nove piani di scale fin giù sull'ambulanza, il santo protettore dei soccorritori ci viene in aiuto, facendo dire alla signora cetaceiforme che "guardate, ora che mi avete alzata e messa a letto sto bene, grazie... resto a casa".
L'urlo di gioia che sale alla gola di tutti è trattenuto con difficoltà... "va bene signora, se proprio non vuole, io non posso certo obbligarla a venire in ospedale eh...", e mentre pronuncio queste parole in tono quasi dispiaciuto, i ragazzi tossicchiano e a stento riescono a non scoppiare in una risata clamorosa: son un'attrice nata.
Giunti alla porta, acompagnati da Addoloratina che ci ringrazia per l'aiuto, ho l'ardire di aggiungere la seguente frase: "Si figuri! E' nostro dovere. E non abbia remore a richiamarci se ci fosse ancora qualcosa che non va, ok?"...
Mi guadagno in tal modo i nove piani di scale a piedi, mentre dalle porte dell'ascensore in chiusura sento ancora l'eco dei "vaffa..." dei miei colleghi.
E anche questo turno è andato...
Un paio d'anni fa, forse anche tre, un amico che ora annovero nella categoria "non pervenuti" mi prestò quella che allora era l'ultima uscita di N.Hornby, "Non buttiamoci giù".
Lo lessi tutto d'un fiato e lo trovai genialmente all'altezza dei suo precedenti best sellers.
Pochissimo tempo dopo, sul blog di un geniaccio che amo leggere quotidianamente, venni istigata alla lettura di un libro abbastanza sconosciuto all'epoca, di cui si diceva che Hornby ne avesse fatto un bel plagio con il suo "Non buttiamoci giù".
Il libro in questione è "Piccoli suicidi tra amici", di Arto Paasilinna.
Faticai un po' a trovarlo, ma quando lo scovai e immediatamente acquistai decisi che l'avrei letto subito, per capire se era vero o no che uno dei miei autori preferiti ne aveva palesemente "preso spunto".
La mia decisione si infranse sulla mia codardìa: non volevo scoprire la verità. Sapevo che era vero. Non avevo motivo di dubitare di ciò che aveva sostenuto Stepz, ergo sapevo che mi sarei trovata di fronte al plagio.
Allora decisi di far decantare la spinosa "questio" e mi dedicai ad altro.
Ieri sera mi sono finalmente decisa e l'ho estratto dalla pila dei "da leggere".
Inutile dire che è quel che era annunciato: un grosso spunto per il ben più famoso libro hornbyano... peccato.
Ieri i nostri governanti hanno deciso che torneremo a votare.
Con la stessa legge elettorale che ha consegnato l'instabilità degli ultimi due anni.
Senza poter eleggere direttamente noi i nostri rappresentanti in parlamento.
Lo psiconano ci ha nuovamente presi per il culo in maniera imbarazzante: ha prima appoggiato caldamente la riforma elettorale, poi ha ritrattato tutto. Come al solito. Saremo noi che "abbiamo frainteso" ciò che voleva dire, no??!
Intanto, l'inquisito ceppaloniano ha fatto due conti circa la sopravvivenza del suo partito alla nuova legge elettorale ed ha ben pensato di far cadere il governo prima che questa venisse varata, ma non prima di aver fatto in modo che le inchieste su di lui finissero in cenere. Quella sulla moglie invece serviva come pretesto, quindi l'avocatura del magistrato in questo caso non è stata necessaria.
Ah, dimenticavo: il referendum che si sarebbe dovuto tenere a Maggio, e che avevamo richiesto e sottoscritto in una valangata di cittadini, onesti e pure un po' stufi, non si terrà: la nostra Costituzione infatti prevede che non si possano tenere referendum per almeno un anno dallo scioglimento delle camere...
Con Hornby ho preferito chiudere gli occhi, ma con questa manica di stronzi che ci governa non lo farò di certo!
... che sto facendo finta di niente.
E' caduto il governo Prodi, sì.
Ma mica mi dispiace, anzi.
Quello che mi dispiace è il futuro che ne vedo.
Quello sì, mi dispiace.
Avevo cantato vittoria troppo presto.
E, come avrebbe detto una mia amata conoscenza: "Eh ma tu te le tiri, eh!".
Giovedì scorso, a consegna di lavoro avvenuta e tastiera e mouse non più fumanti, la temibile dottoressa capa mi ha rifilato la tamponata del secolo: consegna di statistiche annuali all'ASL entro stamattina.
Venerdì, dopo nove ore di lavoro senza pause, ho gettato la spugna intimandomi uno stop forzato e rigenerante.
Coinvolta amica blogger dalla valigia facile e prenotato alberghetto carino in zona Porta Susa, il week-end mi ha rivista a Torino, in luoghi ameni trabordanti di ricordi, risate e un calore che in pochi altri posti riesco a respirare (con buona pace di comonolocalante, che non apprezza affatto il capoluogo piemontese e mi ha dolcemente messo la tracolla in spalla al grido di: "goditi le amichine che ti fan tanto bene!", sottotitolo "che tanto io venerdì prossimo poi vado a Londra da solo per lavoro", mannaggia a lui!).
Nelle 24 ore circa passate a Torino, gli eventi atmosferici si sono susseguiti paradossalmente, facendo il paio con quelli sociali.
Siamo arrivate col sole al tramonto. Sala da tè, dolci ipercalorici, Vipera in grande spolvero e bibliotecarie simpaticissime.
E' sceso un vento freddino e pungente: giretto turistico rapido, ma significativo, per poi approdare nella casa dell'ex per una cena a base di piatti mediorientali e chiacchiere "de noartri" sull'onda del "son passati più di quattro anni eppure certe cose non cambiano proprio!", sottotitolo "porta pazienza Free, poi ci si abitua alla pirlaggine!".
Freddo porco con gelata notturna al seguito: locale che ho sempre visto in veste estiva, stavolta in abito invernale e gradazione alcoolica dei presenti necessaria e sufficiente a far arrivare l'evento atmosferico successivo.
Nebbione intergalattico sceso in meno di due minuti alle tre di notte: è decisamente ora di andare a dormire!
Mattinata soleggiata e frizzante: colazione pettinata, giretto in centro e spesa di libri in sconto, il mitico "bicerin", che costa un botto ma non si può proprio evitare e mentre il resto degli amici ancora dorme, eccoci pronte a salire sul treno del ritorno.
Appena fuori dalle gallerie dopo la stazione... nebbione stratosferico fino a casa: libro e i-pod da condividere, musica e ricordi da stemperare col rumore delle rotaie sotto il treno, sorrisi e saluti in dissolvenza.
E 'fanculo alla consegna dati!
Come dite? Sì. Stamattina. L'ho finita.
La nebbia sui campi. Bassa e leggera. Appena un filo accennato, sopravvissuto. Il surriscaldamento globale ce la sta inesorabilmente portando via. Mai avrei pensato di rimpiangerla. Mai, in tutte quelle sere in cui, arrampicata sulla seggiolina piccola davanti alla finestra, guardavo la strada scomparsa nel latte e cercavo tra le lucine che transitavano quella che avrebbe portato papà. La odiavo allora. Perchè i grandi avevano tutti paura e io di più: non volevo stare dai nonni la notte; non volevo che la nebbia inghiottisse mamma e papà. Eppure stamattina l'ho rimpianta, la nebbia. Che nella Bassa in questo periodo dovrebbe esserci, fitta. Un muro bianco latte e freddo come ghiaccio. Invece no. Bassa. Strisciante. Agonizzante. C'ho messo i pensieri sopra, a saltellare. Hanno rimbalzato leggeri. Il paesaggio sta cambiando, con una rapidità sorprendente. Tre anni? Sì. In tre anni l'evoluzione è stata inesorabile. E quello che prima era brullo, approssimativo, solo accennato, adesso è tutto costruito, definito, colorato. Le case come le cose. Le nuove vie dei paesi e le nuove strade delle nostre vite. E' come se tutto avesse camminato, un giorno dopo l'altro, una decisione dopo l'altra. E se ti metti a guardare bene, ferma al semaforo rosso, ti accorgi che un altro passo avanza. Una nuova costruzione nel paesaggio, una nuova strada da percorrere. Pensare a come era è struggente. Guardare a quel che è oggi, una promessa. E la nebbia? Se i danni non sono stati irreparabili, magari un giorno tornerà.
"La famiglia è l'associazione istituita dalla natura per provvedere alle quotidiane necessità dell'uomo."
Aristotele (384-322 a.C.)
Ho una famiglia numerosissima. Io sono figlia unica. I miei no. Loro hanno un fottìo di fratelli. I quali a loro volta hanno figliato mica male. Ergo, ho una famiglia numerosissima. La mia famiglia numerosissima è fatta di persone che si vogliono bene. Tutte a modo loro. Tutte con dei sani intervalli spazio-temporali per dimostrarlo. Io amo la mia famiglia. Anche se me ne sono privata tanto in epoche passate, per i motivi più sbagliati e con grande rimorso. Ieri ho trascorso la giornata con alcuni dei miei parenti. Lontani per distanza chilometrica, vicini per similitudini morfologico-affettive. Comonolocalante temeva molto la giornata, la noia, le banali ovvietà e circostanzialità di certi raduni. Alla fine l'abbiamo convinto che non tutte le famiglie sono fatte di parenti serpenti e per me questo ha significato tanto, forse tutto. La mia famiglia numerosissima è un contenitore imperfetto di amore. Ed io mi sento tanto fortunata per questo.
"Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo."
Lev Nikolaevic Tolstoj (1828-1910)
Collega compagna di corso è stata mollata dal fidanzato lo scorso week-end. Si son lasciati al telefono, che è triste, ma non in questo caso: stanno a 800km di distanza e lui la stava piantando proprio per l'impossibilità costante di vedersi.
A me lei piace abbastanza. Come persona e come professionista intendo. Fa parte del "gruppo positivo" del Servizio. Che è poi la maggioranza. I "pessimi" sono solo tre.
Dicevo, ieri mattina eravamo in un turno full di "gruppo positivo" ed io ero molto felice per questo. Quando è arrivata collega compagna di corso con la ferale notizia e le occhiaie da pianto che la incorniciavano, ci siamo tutti mobilitati (tra un paziente e l'altro) per gestire il suo momento negativo e darle un aiuto.
Collega psicologo (quello single che sto cercando di far conoscere a tutte le amiche single! ;-)), si è offerto per una seduta di supporto, dalla quale è emerso che la psicologia è utilissima a lungo andare, ma nell'immediato son ancora meglio le benzo*! Quanto meno risolvono, se non il groppo alla stomaco, almeno l'insonnia. Per dirla con la diretta interessata: "alla fine, giù la benzo e via: mi sono abbattuta come un cavallo zoppo!".
Collega educatore l'ha buttata più sulla tossicodipendenza allo stato brado e ci ha coinvolti in un giro di pause-sigaretta degno di nota: paziente-pausa-paziente-pausa-paziente pausa... alla fine non avevamo ancora risollevato il morale alla poverina, in compenso tossivamo e ballonzolavamo tutti dal freddo come vecchie seicento da avviare tirando l'aria!
Ovviamente a dirimere la spinosa questio c'ha pensato la vostra Alka. Memore del ben noto meccanismo secondo il quale, quando ti senti nel momento peggiore della tua vita, non c'è niente di meglio che sentire qualcosa di peggio capitato a qualcun altro, ho messo sul piatto delle puntate la mia carta vincente: "no, guarda, mollata così d'improvviso al telefono, ok te ne dò atto, è pessimo, ma il campionato mondiale della peggio mollatura lo detengo ancora io, credimi!". E giù a raccontare di una ormai storica situazione surreale, in cui io (tapina) venni lasciata mentre in treno si stava andando al matrimonio della sorella di lui, a 600km da casa!!**
Oh, che ci crediate o no, ha funzionato: a fine turno collega mollata è salita in macchina che ancora stava ridendo. Amen.
*benzo = termine amichevole che i medici e gli aspiranti tali danno solitamente alle benzodiazepine, psicofarmaci moooolto in voga per trattare di tutto un po'.
**Colui che fece ciò è assiduo lettore di questo blog: vogliate evitare truculenza di commenti e salutarlo tutti sorridendo: è stato un vero piciu, ma gli è stato tutto perdonato da secoli dalla sottoscritta, eh!... ;-)
I'll send an SOS to the world
I'll send an SOS to the world
I hope that someone gets my
Message in a bottle
Abbiamo visto i POLICE, tutti e tre, insieme (giuro!), suonare al Delle Alpi di Torino... è stato pazzesco.
Il giorno dopo scopriamo che:
-
Eravamo davvero in 80.000, quindi la coda fino alle 2 di notte sull'autostrada aveva motivo di essere (a parte i perenni lavori in corso sulla Milano-Torino, ovviamente);
-
Quello che "ma senti che gruppo supporter si son portati! ma questo c'ha la voce come Sting paro-paro!" aveva tutti i buoni motivi di cantare così, primo tra gli altri l'essere un Summer Jr. (e da qui il corollario che la genetica conta per la voce, per la musica e nel suo caso aiuta anche con il conto in banca!)
-
Fatti i debiti conti e ricerche, i tre vecchietti su quel palco hanno 55, 56 e 65 anni... e ce le hanno cantate e suonate di santa ragione per quasi due ore! Merito della musica? Non saprei, ma per non saper nè leggere nè scrivere, domani mi iscrivo a un corso di basso.
-
Non c'abbiamo più il fisico per fare 500km, andata e ritorno, senza fermarci a dormire un po'... tipo che ci siamo addormentati davanti ad un Autogrill affollatissimo e quando ci siamo svegliati eravamo solo noi e la nebbia. Ma la cosa non ci tocca minimamente: la musica ci salverà dall'invecchiamento! O è il sesso tantrico? (comonolocalante propende per la musica, anche perchè dice che stare 2 ore a leccarmi un gomito non lo eccita particolarmente).
Comunque è stato memorabile, davvero. E vi giuro che, se non fosse che Copeland ha quasi l'età di mio padre, gli avrei volentieri lanciato mutandine e numero di telefono!... Che vi devo dire? Ho una perversa passione per i batteristi che pestano in quel modo!!!
De do do do, de da da da
Is all I want to say to you
De do do do, de da da da
Their innocence will pull me through
De do do do, de da da da
Is all I want to say to you
De do do do, de da da da
They're meaningless and all that's true
"Memoria delle mie puttane tristi" dura un viaggio andata e ritorno Brescia-Milano. L'andata sull'eurocity, dormendo anche un po'. Il ritorno sull'interregionale, che stranamente non fa tante fermate, ma che a vibrazioni e sobbalzi è quasi peggio del Gambadilegno della Val Camonica.
"Memoria delle mie puttane tristi", in edizione economica, me lo sono presa tempo addietro, proprio prima di salire su un treno. Sempre per Milano. Stavolta però l'ho letto. Ed è un Marquez strepitoso. Anche a dispetto della traduzione, che invece fa un po' cacare.
"Memoria delle mie puttane tristi" è una storia d'amore particolare, e per questo assolutamente identica a tutte le storie d'amore. E come tutta le storie d'amore, fa un po' a se'. Però, se la leggi da sola, appoggiando il libro al tavolinetto che c'è sull Eurocity, non è mica bella come leggerla insieme al tuo uomo, che ti dorme accoccolato addosso e cullato dal ritmico sobbalzare dell'interregionale. No no.
"Memoria delle mie puttane tristi" ha il potere di portarti in viaggio anche quando già lo sei. E di farti rimettere piede a terra con la sensazione di avere terminato un viaggio nel viaggio, faticando a distinguere tempo e spazio attorno a te. Cosa che, in definitiva, dovrebbero fare tutti i libri degni di tal nome... no?
Ieri ho avuto una specie di Sindrome di Stendhal.
Alla vista dell'interno del Duomo, a Milano.
Oltre al danno, la beffa: non riesco più ad odiarla. Au contraire. Se vado avanti così, finisce che mi staranno simpatici anche i francesi. Tzè!
Siamo seduti al centro della tavolata. Siamo in tre. Accanto a noi ci sono persone che non conosciamo, perchè qui funziona così. Arrivi, e se non hai prenotato ti siedi dove capita. Dove c'è posto. Che poi fa uguale, anche se hai prenotato. Abbiamo l'aria di tre bimbi sperduti dell'isola che non c'è. Fuori ci sono 20°C scarsi. Dentro uno o due soli in più. Salendo poco prima abbiamo riso e ci siamo abbracciati, che erano secoli che non prendevamo una seggiovia! E ora siamo qui. Felici. Affamati. Più passano piatti colmi di odori e sapori, più ci vien fame. La signora con il grembiule e quel suo piccolo notes retrò ci elenca i piatti del giorno. Ordiniamo pratricamente uno di tutto. E si ride, come bimbi. Dopo un po' arriva una coppia sulla cinquantina. Hanno prenotato, ma il loro tavolo è già stato occupato. "Fa niente", dice lei con gentilezza. Andrà bene qualsiasi altro posto. Lui annuisce. Luca commenta: "Se fossimo a Milano, sarebbero volati insulti e minacce". Tristemente penso che sia vero. Sorridendo ammetto che è bello essere qui, oggi. A metà del pranzo arrivano tre piatti con tre diverse portate. Li mettiamo al centro del tavolo e ci dividiamo tutto, pescando con le forchette un po' qua ed un po' là. Il gruppo a fianco si alza per andarsene e una delle nostre vicine, una dolce signora minuta, con almeno settantacinque primavere sulle spalle, prima di andarsene ci rivolge uno sguardo commosso e sussurra: "State facendo una cosa bellissima... bellissima, davvero", memore di non sappiamo nemmeno noi quali personali esperienze o avvenimenti. Viene voglia di abbracciarla. E di tenerla con noi fino a sera. Passegiamo un po', per smaltire l'abbuffata. Guardiamo curiosi le forme e i colori. Aspiriamo un'aria fin troppo rara, poi decidiamo di tornare a valle. Scendendo, mentre sotto di noi i bikers si lanciano in folli discese e dietro Luca combatte le vertigini, tu ti metti a parlare con i pini, gli abeti, le betulle... io rido e mi godo la brezza.
Sorrido e mi godo la vita.
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Alkanette alle ore 13:04 |
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commenti (5) | categoria:
fuori nel mondo
Con quella faccia un po' così
quell'espressione un po' così
che abbiamo noi prima di andare a Genova
che ben sicuri mai non siamo
che quel posto dove andiamo
non c'inghiotte e non torniamo più.
"Cosa vuoi fare per il tuo compleanno?"
"Eh... vorrei il mare, ma lavoro. Come si fa?"
Si fa che si fa, punto.
Che mi prende, mi carica in macchina appena finito il lavoro e si spara 500km in meno di cinque ore per farmi arrivare lì, su quegli scogli spruzzati dalle onde di un mare un po' incazzato, dopo una cena luculliana a base di pesce che più fresco non si può, tra i vicoli del porto vecchio di una Genova che così non l'avevo mai vista. E mi guarda sorridere al vento, al tramonto, all'infantile sensazione di piacere e gioco che le goccioline salate sulle labbra e sulla lingua mi danno. E mi fotografa, così. Felice.
Semplicemente felice.
Con quella faccia un po' così
quell'espressione un po' così
che abbiamo noi che abbiamo visto Genova
che ben sicuri mai non siamo
che quel posto dove andiamo
non c'inghiotte e non torniamo più.
Due concerti in tre giorni.
Senza spendere un centesimo, a parte i generi di prima necessità.
Entrambi visti da poco lontano, sentiti perfettamente e forse meglio di chi stava sotto al palco.
Mostri sacri della musica.
Li abbiamo bevuti, come un vino pregiato d'annata.
Lui mi ci porta, io me la godo.
Siamo stati in piedi per ore e non ci ha stancato affatto, perchè la musica, quando è bella, bella davvero intendo, è tutto fuorchè stancante.
I matrimoni invece, anche se sono belli e allegri, anche se ci si conoscono i suoi amici di scuola, che sono simpaticissimi e spassosi, anche se non durano troppo e non devastano lo stomaco con pranzo pantagruelico, ammazzano comunque di stanchezza micidiale!
Buffo eh?!
Lei racconta del suo mondo lavorativo. Occhiali trasparenti su occhi uguali ai miei. Uno sbuffo di fumo ogni tanto, per stemperare la fine di una giornata carica di lavoro.
Io ascolto. Attenta a scrutare i particolari che mi lasceranno traccia di lei, anche una volta alzati da quel tavolino, ognuno di nuovo nella propria vita.
Lui le parla di quel mondo che conosce fin da piccolo. Gli occhi stanchi, ma curiosi.
Si raccontano di personaggi "uips", mondanità, il lavoro che ci sta dietro, lo sbattimento delle retrovie, insomma, parlano di loro stessi e del loro stare in quel circo, ma dalla parte di chi ci mette la fatica.
Io continuo ad ascoltare e penso che di quel che dipingono conosco giusto le fragole col cioccolato... paradisiache, per altro.
Ad un tratto mi sale alle labbra un commento:
"Io lì non ci potrei mai stare: sarei un pesce fuor d'acqua. Io sto bene dove sto ora... in mezzo a tutti i miei tossici e al loro metadone."
Lei ride. Lui annuisce e sorride a sua volta.
E tutti e tre sappiamo che non è una battuta.